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Il lavoro invisibile

Stavolta non voglio parlare di scienza ma di scuola: la scuola vera, fatta di studio, passione, impegno costante da parte di docenti e studenti, di amore. Sì, di amore: la scuola mi appassiona, mi dà energia, mi appaga. Ma mi capita, talvolta, di sentirmi addosso una pressione immane, un senso di frustrazione che deriva dalla scarsa considerazione che la gente mostra verso l’impegno degli insegnanti e il mancato riconoscimento da parte dello Stato dell’importanza del nostro lavoro. È capitato anche in occasione del disegno di legge sulla stabilità in esame in queste ore alla Camera dei Deputati. Le reazioni, spesso scomposte e rabbiose, dell’opinione pubblica contro la legittima indignazione del corpo docente, posto di fronte alla eventualità di un aumento delle ore di lezione da diciotto a ventiquattro, mi hanno spinto ad intervenire in qualche maniera nel dibattito, per tentare di fornire un piccolo contributo personale.

I dubbi sulla riforma

Innanzi tutto ho dei seri dubbi sulla forma: non so quanto sia corretto cambiare mediante decreto un contratto di lavoro già approvato e sottoscritto dalle parti, una delle quali dovrebbe essere lo Stato Italiano, in qualità di datore di lavoro. Poi dal contratto citato (il CCNL vigente) si evince, questo lo rimarco per chi non è del settore, all'art.28, che le ore di lezione settimanali nella scuola superiore di secondo grado sono 18 (le cosiddette attività di insegnamento), ma all’articolo successivo, il n° 29, si elencano le attività funzionali all'insegnamento, quali la preparazione delle lezioni e delle esercitazioni, la correzione degli elaborati, i rapporti individuali con le famiglie. Queste ultime attività sono dovute ma non vengono quantificate, quindi costituiscono un vero e proprio lavoro invisibile. Una situazione molto frustrante, simile a quella vissuta, ahimè, da molte donne in Italia, il cui durissimo e costante lavoro di gestione della famiglia e della casa non viene riconosciuto, molto spesso neanche dagli stessi familiari. Inoltre, nel conteggio, debbono essere considerate le ottanta ore annuali (40 + 40) per le attività di carattere collegiale (che, credetemi, non sono sufficienti e vengono quindi ampiamente superate) come ad esempio il collegio dei docenti ed i consigli di classe per la programmazione. Non vengono considerate, tra queste ottanta ore, quelle necessarie per lo svolgimento degli scrutini e degli esami, semplicemente perché sono attività obbligatorie. Talmente obbligatorie che un eventuale blocco degli scrutini, in seguito ad uno sciopero, farebbe scattare automaticamente la precettazione d’ufficio da parte dell’autorità competente.

Per quanto riguarda poi l’altro cavallo di battaglia degli accaniti fustigatori di insegnanti, quel “ma nel resto dell’ Europa gli insegnanti lavorano di più” mi sono preso la briga di studiare l'ultimo rapporto dell’OECD, cioè l’OCSE, intitolato Education at a Glance 2012 (Educazione a colpo d’occhio, anche se è un documento di 570 pagine!). Ebbene, al capitolo D, sezione D4 (l’indicatore è “How much time do teachers spend teaching? cioè “Quanto tempo impiegano i docenti nell’insegnamento?”, si legge che il carico medio dei docenti di scuola secondaria superiore nei paesi dell’OCSE (che ricordo comprende 34 paesi anche extra europei) è di 658 ore all’anno. Il rapporto fa riferimento alla tabella D4.1, che ho scaricato e studiato attentamente. Sapete qual è la media di ore annue della comunità europea? È anche più bassa di quella dell’OCSE ed è pari a 629 ore/anno. Ora mettiamo in sottofondo un rullo di tamburi…. Quale sarà la media dei “docenti fannulloni” italiani? I soliti detrattori penseranno ad una metà della media OCSE; invece rimarranno delusi scoprendo che la media italica è 630 ore/anno.

Quindi, mi rivolgo ai rissosi commentatori di blog e agli accalorati ospiti di trasmissioni televisive di dubbia qualità, prima di fare polemiche sterili sarebbe bene informarsi, di constatare l’evidenza dei fatti, altrimenti si dimostra solo ottusità.

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